Dieci anni come oggi, dieci anni dagli Europei di Arco. E da quel gesto, da quelle emozioni diventate simbolo di un’epoca della corsa in montagna italiana.

2 luglio 2016 – 2 luglio 2026: dieci anni dopo, per l’appunto. Dieci anni da un Europeo ricco di medaglie come non mai per l’Italia: dieci, loro pure, nel computo totale, tra titoli a squadre e soddisfazioni individuali.

Era l’Italia che lanciava i talenti di Davide Magnini, Daniel Pattis e Andrea Rostan tra gli juniores, in una squadra in cui trovava spazio anche Samuele Nava, tristemente scomparso in un incidente stradale soltanto qualche settimana fa.

Era l’Italia che, tra le giovani donne, gioiva per l’inatteso argento di Giulia Zanne, ma anche per le belle performance di Lorenza Beccaria e di due donne che avrebbero poi fatto strada negli sport invernali, con approdi anche olimpici nello sci di fondo – Francesca Franchi – e nello sci alpinismo – Giulia Murada.

Era l’Italia dotata di tutta la forza di due donne sul podio individuale, Alice Gaggi e Sara Bottarelli, alle spalle di una Emmie Collinge quel giorno dominante come raramente mai, ma con in squadra anche due icone come Valentina Belotti e Antonella Confortola.

Era l’Italia dei primi passi con l’azzurro indosso di Cesare Maestri e di uno Xavier Chevrier che una settimana dopo soltanto avrebbe corso anche agli Europei di Amsterdam sulla mezza maratona.

Ma era l’Italia soprattutto loro, era l’Italia dei gemelli Dematteis, di Bernard e di Martin. O di Martin e Bernard, se inseguendo i ricordi ci si lascia trascinare verso l’ordine con cui quel giorno scelte ed emozioni portarono a posizionare i gemelli di Rore su di un podio diventato simbolo di un movimento certo, ma di molte altre cose non di meno.

La storia è tutta lì, tra gesti simbolici che anche a distanza continuano a profumare di rinascita e speranza, e di piccoli brividi che ancor oggi, per chi quel giorno c’era, tornano a scorrere sulla pelle, facendo in qualche misura sintesi di tutto un percorso, lungo e ricco di saliscendi, per anni condiviso.

Dieci anni allora, da un racconto che forte di quelle emozioni, trovò bello spazio anche su tv e giornali. Così scriveva Andrea Bongiovanni su La Gazzetta dello Sport:

“Nella gara senior maschile dominano i 30enne gemelli Dematteis, cuneesi della Corrintime, da anni specialisti di vertice e azzurri anche del cross. Sui 12 km del suggestivo percorso (“salita e discesa”), con passaggi da centro storico e castello, hanno fatto il vuoto.

Anche il turco Ahmet Arslan, pericolo pubblico numero uno e sei volte vincitore della rassegna, è battuto. Bernard ha attaccato subito, ha fatto selezione e sembra in procinto di vincere. Il suo vantaggio è salito fino a una ventina di secondi. Ma rallenta, Martin rinviene e i fratelli (inseparabili), insieme imboccano il viale che porta all’arrivo. Il pubblico, in visibilio, allunga un tricolore: è Bernard, anche capitano della squadra, a impugnarlo. La logica direbbe che il titolo deve essere suo. Ma qui si va oltre la logica e si entra nel mondo dei sentimenti.

Martin, poco più di un anno fa, è stato colpito da un gravissimo lutto: ha perso il figlioletto Matteo, primogenito di soli undici mesi, inevitabilmente segnando un periodo buio nella vita dei gemelli. Non ci sono parole, non servono. Ma un semplice gesto, carico di significati simbolici: Bernard si fa da parte ed è Martin a tagliare per primo il traguardo. E’ lui il nuovo campione continentale. “Se mio fratello mi batterà, sarò contento lo stesso; se io lo batterò, lui sarà contento ugualmente” aveva detto Bernard alla vigilia. A completare il successo azzurro, il quinto posto di Cesare Maestri e il settimo di Xavier Chevrier: l’ennesimo oro a squadre è cosa fatta. Con la gara junior e quelle femminile sono addirittura dieci i podi italiani di giornata. La dedica è scontata.”

Non ci sono parole, non servono. Ma le ricorrenze aiutano a fissare i ricordi, a tracciare, magari anche con un po’ più di leggerezza, i confini di percorsi umani ancor prima che tecnici e agonistici.

Dieci anni allora dagli Europei dei gemelli Dematteis, ma anche da una rassegna continentale che rappresentò una svolta importante pure sotto il profilo organizzativo, un’accelerazione forte anche nel modo di raccontare l’evento, tra parole e immagini, riprese in diretta da oltre 30 telecamere fisse: il padre di queste scelte, di queste scommesse ed intuizioni era Franco Travaglia, un amico dal cuore grande rubato alla vita soltanto un anno dopo quel meraviglioso Europeo.

Questo ricordo, a dieci anni di distanza, è anche un tributo a lui, ai segni che la sua passione e le sue scommesse hanno lasciato sui sentieri.