1 agosto 2017 – Africa pigliatutto, Italia mai giù dal podio: così, a caldo, nei titoli d’apertura. Ma se un briciolo di coda si vuol mettere a sintesi iniziale, fari puntati anche sulle cinque medaglie degli Stati Uniti, così come sui giovani della Romania e sugli acuti isolati di Kenya, Austria, Gran Bretagna e Turchia.

Un po’ come all’indomani di Kamnik nella sua versione iridata targata 2010, il “the day after” di Premana prima interroga e poi cerca risposte, riconsegnando al mondo della corsa in montagna l’evidenza di una crescita agonistica esponenziale e di un movimento chiamato a fare i conti con lo strapotere di gazzelle abituate a dominare ogni volta che di endurance si parli…

Qualche tempo fa era l’Eritrea, ora tocca all’Uganda, che segna però ulteriore evoluzione e proiezione verso l’alto nel disegnare la via africana alla corsa in montagna: quello di una Nazione che, con professionalità mirata e cura dei dettagli – tecnici e organizzativi – lega al mountain running la sua sete di rivalsa nei confronti delle altre potenze continentali. Sfida interna alle regioni sub-sahariane, ma con risvolti chiave su tutto il nostro mondo che corre sui sentieri, abituato a pragmatismo e sostanza nel leggere i risultati. Nella sua semplicità e schiettezza, la corsa in montagna non offre il fianco a “fronzoli e palliettes”, non addomestica gli esiti in nome di “selfie e like”, perché nella sua cruda evidenza questa rimane l’unica chiave di lettura dello sport agonistico: onore sempre a chi tutti gli altri mette in fila.

Petro Mamu, prima chiave di lettura. Sguardo utile ad inquadrare il contesto agonistico di Premana, luogo divenuto simbolo nella costruzione del mito del piccolo eritreo. Recordman del Giir di Mont, favorito numero uno per l’iride del prossimo weekend, dominatore incontrastato della Mountain Running World Cup delle ultime stagioni, uomo capace di battere Kilian sui sentieri amici di Limone e di porre il sigillo sulla mitica Sierre Zinal, “bum bum” Petro, quello che non sbaglia e non perdona, qui ha chiuso quinto, dividendo gran parte della sua fatica con il generosissimo Bernard Dematteis, e superando poi in accesa volata il campione europeo Xavier Chevrier. Una decina di secondi avanti, l’iridato uscente, Joe Gray, stremato tra i crampi al traguardo. Il podio più avanti, per storia da scrivere soltanto tra giovani uomini vestiti di canotte gialle e con ricami neri: Victor Kiplangat il più cauto in avvio, il più elegante in gara, e poi premiato sul traguardo. Joel Ayeko lì in mezzo, Fred Musobo, l’iridato 2015, a stringere i denti nel finale, per difendere triplete di squadra e bronzo individuale.

Il Kenya che chiude fuori dal podio nella prova maschile, sesto nella classifica per Nazioni, altra chiave di lettura. Non con la sola potenza del motore, ancora e comunque, si addomestica il mountain running, lo sa bene anche e soprattutto lei, altra figlia di quegli altipiani: Lucy Wambui Murigi, donna che sui sentieri già aveva dimostrato di saperci fare eccome. La Sierre Zinal e quell’argento di Casette di Massa nel 2014, più di altro ancora, a parlare per lei. A Premana l’acuto che vale una carriera, spegnendo il ruggito di una leonessa straordinaria come Andrea Mayr, mentre per Sarah Tunstall un bronzo che sorride di gioia come i suoi occhi nel momento di tagliare il traguardo.

I giovani, tra Africa e sorrisi profondamente azzurri, terza chiave per rileggere il Mondiale “classic” di Premana. Uganda che fa il vuoto anche tra gli juniores, con divario più netto al femminile, ma ugualmente ampio anche al maschile. Qui in mezzo, però, lampi di classe cristallina, targati Usa certo, ma anche Italia, grazie alla straordinaria impresa di quel talento altoatesino che risponde al nome di Daniel Pattis. Un occhio davanti, alle falcate agili di Oscar Chelimo, ma anche e soprattutto alle spalle: il bronzo a Tallon Hull, ragazzone che ha già sfiorato il muro degli 8 minuti sui 3000 metri, il legno al rumeno Dorin Rusu, il campione europeo dei 10000 metri a Grosseto soltanto qualche settimana fa. Poi, lì in coda, le altre sagome nere di Antony Ayeko e Jakob Limo, tenute alle spalle sino all’ultimo chilometro di gara anche da Andrea Prandi, straordinario in salita e giunto senza più mezza goccia di energia sul traguardo. Bravo lui, come bravi Andrea Rostan e Stefano Martinelli, perché il loro bronzo alle spalle di Uganda e Romania davanti a Turchia, Francia e Usa, è di peso specifico elevato, anche per il risicato scarto rispetto a chi precede l’Italia sul podio.

Il coraggio delle azzurrine, chiave di lettura numero quattro. Nel giorno dell’assolo di Risper Chebet, l’Italia arriva ad un passo da un’impresa che avrebbe rappresentato una delle sorprese più grandi della storia azzurra in chiave iridata. La caduta nel finale di una Gaia Colli che a quel punto veleggiava tra la quarta e la quinta posizione, poco avanti a Paola Varano, frena la corsa all’oro delle comunque straordinarie azzurrine, che la loro fatica vedono premiata dal bronzo che di poco segue Romania e Stati Uniti. Nazioni con cui per anni qui non si è toccato palla – Gran Bretagna, Repubblica Ceca e Turchia – sono alle spalle, per una medaglia che fa sorridere di gioia Paola Varano, Linda Palumbo, Gaia Colli e Anna Frigerio. I precedenti iridati per l’Italia delle juniores, a dare il segno. L’oro di Bergen nel 2000, l’argento di Arta Terme nel 2001, poi lungo silenzio azzurro sul podio, sino al doppio bronzo di Sapareva Banya 2016 e Premana 2017.

Le donne, cuore d’argento. Croce e delizia, nuova chiave di lettura. Murigi, Mayr e Tunstall uno scalino sopra, dietro altra classe, distribuita a piene mani tra Mathys, McLaughlin e Roche. Poi Alice Gaggi, generosissima e protagonista al vertice come sempre, ma non in quella giornata di grazia che per mesi aveva sognato: è settima, ancora una volta là davanti, nel giorno in cui l’altra azzurra più attesa, Sara Bottarelli, capisce sin dai primi passi che il Mondiale di Premana sarà per lei piccolo calvario, ma anche e soprattutto carattere e cuore per raggiungere il traguardo: la bresciana sognava di avvicinare le prime cinque, è comunque pedina fondamentale per cullare a lungo anche l’inseguimento all’oro a squadre.

L’infortunio alla vigilia di Valentina Belotti, lo stop forzato in gara di Roberta Ciappini, sembravano aver definitivamente distrutto i sogni di gloria delle azzurre. Ma il temperamento di Ivana Iozzia, chiamata in extremis a sostituire Valentina, undicesima e al suo miglior risultato di sempre in una rassegna iridata classica, tiene in alto l’Italia: non è oro, quello è per gli Stati Uniti, ma è un argento che sa di grande tenacia, mentre la Repubblica Ceca conquista il bronzo, di un soffio avanti a Francia e Gran Bretagna.

Proprio loro, Gran Bretagna e Francia, la sesta chiave di lettura. Compatti come raramente mai nelle ultime edizioni iridate, i francesi non riescono comunque ad agguantare il podio. Quarte le donne ad un punto dalle ceche, quarti gli uomini campioni europei a Kamnink, qui a pochi passi dagli Stati Uniti. Settime le juniores, quinti gli juniores, sesta la Roche, undicesimo un infinito Julien Rancon. L’evidenza del livello tecnico di Premana 2017  è anche qui, come tra le pieghe dei risultati della Gran Bretagna dominatrice a Betws y Coed 2015, ma qui costretta ad accontentarsi del bronzo – e che bronzo! – della Tunstall. Settimi gli juniores, quarte le juniores – un solo punto dietro alle nostre -, quinte le donne, così come gli uomini, laddove spicca soprattutto il nono posto di Andrew Douglas.

La settima, per loro, per Capitan Berny e i suoi seguaci. Un Mondiale voluto e sognato da oltre un anno, poi in primavera trasformatosi in qualcosa dalle sembianze vicine alle mitologiche pene di Sisifo, figlio di Eolo, del vento il dio. E’ la storia unica dei gemelli Dematteis, tra salite e discese, tra cadute e rinascite di bellezza straziante: lo sa bene Giulio Peyracchia, che dall’inizio e per anni li ha accompagnati in questo loro fantastico up and down tra le pieghe della vita. Lo sanno bene coloro che abbiano condiviso con loro il retro di pagine di intensità assoluta.

L’infortunio, la maratona croce e delizia, gli angoli bui degli animi umani più sensibili, più forti e più fragili allo stesso tempo. Correrlo prima, correrlo poi anche da protagonisti: l’impresa di Bernard e Martin è tutta qui. Il cuore al di là di condizione top inseguita per tutta l’estate, il cuore per partire all’attacco uno, il cuore per superare partenza critica l’altro.

Nell’Italia che si inchina all’Uganda, nell’Italia che supera Stati Uniti, Francia, Gran Bretagna e Kenya ci sono sempre e comunque loro, i gemelli d’oro della corsa in montagna italiana. Loro, ma non da soli: c’è Cucciolo, che corre da protagonista. Una piccola crisi respiratoria nella discesa finale, quella che lui attendeva per dare tutto e ancora un po’, gli nega la gioia di un posto tra i migliori dieci, ma è un Cesare Maestri di grande spessore quello che porta a spasso carattere e classe sui sentieri di Premana.

Poi, c’è lui, il “fenicottero rosa” di Nus, che dopo l’oro europeo di Kamnik porta a casa un sesto posto che chissà quante altre volte sarebbe stato sinonimo di podio mondiale. Che mese di luglio per Xavier: è volata finale con Petro Mamu, sono dodici secondi soltanto da Joe Gray, la sintesi, in fondo, è tutta qui. Mentre intorno, tra occhi, orecchie e cuore, continua a risuonare l’eco della “bolgia” di Premana.

Credit photo: Alexis Courthod