Nostra intervista a Martin Dematteis Martin, ti abbiamo rivisto sui prati di Volpiano e poi di Condino?purtroppo, però, ancora solo in veste di spettatore. Come stai? Sto bene, sono sereno e tranquillo, almeno dal punto di vista mentale. Dal punto di vista fisico, invece, ho appena ripreso a correre e provo una sensazione particolare perché era dal 2002 – quando ero ancora allievo – che non restavo così a lungo lontano dalle competizioni. Non posso nascondere che la mia voglia di tornare è grande, grandissima, e voglio nuovamente dimostrare il mio valore sui campi di gara. Eri arrivato a Susa, per l’ultima prova di Campionato Italiano, in una condizione di forma stratosferica. Neanche il tempo di goderti il successo che subito sfuma il sogno iridato? E’ vero, è davvero stata una batosta. Anche se a rendere il tutto più dolce c’è stata quella vittoria e il bissare il titolo italiano dell’anno precedente che tanto avevo sognato. Insomma, mi sono allontanato dalla scena, almeno per un poco, da vincente e questo dentro di me ha fatto la differenza. Non mi sono mai abbattuto e anzi mi sono gettato a capofitto nella nuova avventura della riabilitazione. Il mio infortunio è risultato essere una microfrattura da carico al quarto metatarso del piede destro, una cosa abbastanza lunga e rognosa da risolvere. Grazie alla cure di Carlo Ranieri, l’osteopata di Chieri che a suo tempo aveva seguito anche Maura Viceconte, alle sedute di allenamento in piscina e alla mia tenacia nel voler guarire, posso dire che il problema dovrebbe essere risolto. Ci tengo a ringraziare particolarmente Carlo, così come la Fidal piemontese e nazionale per il loro sostegno e altre due persone – loro sanno perché – : Paolo Germanetto e Giorgio Chiampo. Non posso non dire che senza la loro presenza e quella della mia ragazza Letizia, della mia famiglia, del mio allenatore Giulio Peyracchia e della mia squadra che mi sono stati vicini in questi momenti difficili non sarebbe stato per niente facile superare il mio infortunio. Quanto ti è costato dover rinunciare al Mondiale di Kamnik? Rinunciare all’appuntamento clou della stagione è sempre difficile, ma devo dire che sorprendentemente l’ho presa molto bene. Poi dovevo tifare per l’Italia e per due persone in particolare, Berni e Leti, e dunque non potevo non essere in forma? Forse solo ora, a tre mesi dal mondiale, mi rendo conto dell’occasione sfumata, ma è acqua passata e voglio guardare avanti con coraggio e grinta. Torniamo indietro di qualche passo: che effetto ti fa, ad esempio, sapere di succedere nell’albo d’oro di gara come la ”Stellina” a Jonathan Wyatt e Antonio Molinari? Per me è un grande onore succedere a due grandissimi come loro! Sapere che, dopo tanti anni in cui a vincere erano stati solo loro due, ora nell’albo d’oro della Stellina ci sia pure scritto il nome di Martin Dematteis è una cosa che mi riempie di soddisfazione. Arrivare per primo sui prati di Costa Rossa, dove i partigiani combatterono per la libertà dell’Italia, è stata un’emozione unica. E vincere quella gara, per me, è stato come dire grazie con la mia fatica a tutti quelli che resistettero nel nostro Paese per il sogno della pace e della libertà. Mi porterò nel cuore questa gara per tutta la vita, come uno dei ricordi sportivi più belli di sempre. A Susa c’erano tutte le persone più importanti della mia vita ad aspettarmi: la mia ragazza, la mia famiglia, il mio allenatore, i miei compagni di squadra e i miei amici più cari, è stato bellissimo! Inoltre a rendere la cosa ancora più magica, Letizia il giorno precedente aveva vinto il titolo tra le juniores, e poterci riabbracciare dopo il traguardo, entrambi pieni di emozione, è stata una cosa che solo nei miei sogni avevo immaginato. Si, quel giorno è stato tutto un sogno, stupendo e indimenticabile!! Martin, sii sincero: chi è più forte tra te e Bernard? Sicuramente io! No, scherzo dai?Credo che nelle gare di sola salita sia più forte io, nei saliscendi, invece, Berni. Io sono più un grimpeur, un tipo scattante e vado meglio nelle gare veloci, anche se nei cross per esempio mi piace molto il fango e i percorsi impegnativi. Mio fratello però ha una muscolatura più potente e riesce a essere più incisivo nelle gare muscolari, dove occorre forza, come le corse in montagna a circuito e i cross più fangosi. Ma tra noi due, a parità di forma, è una bella lotta?e neanche io sinceramente saprei su chi scommettere. L’ambiente della corsa in montagna ben conosce quanto sia importante per te e per Berni il rapporto con Giulio Peyracchia, il vostro allenatore. Ci racconti qualche aneddoto curioso? Giulio è una persona molto importante per noi, un grande amico oltre che un grande allenatore, e non serve che mi dilunghi oltre. Vi racconto una cosa: lui sente talmente tanto la tensione prima delle nostre gare importanti che, quasi come rito propiziatorio, il giorno precedente la gara, parte e va di corsa in cima alla collina dove d’estate ci alleniamo. In realtà tanto collina non è visto che sono 750 metri di dislivello e le vetta è a 1170 metri s.l.m., ma la cosa curiosa è che lo fa con qualsiasi condizione di tempo, con il sole, il diluvio o la neve. E devo dire che questa sua piccola impresa ci ha sempre portato fortuna. Bernard campione italiano nel 2008, tu nel 2009 e nel 2010. Per gli altri azzurri di punta, allora, non c’è davvero più scampo contro questi gemelli scatenati? No, non è vero dai… Certo negli ultimi anni siamo stati sempre noi a vincere il titolo, ma questo non vuol dire che nei prossimi non ci possa essere qualcun altro. Come diceva un grande campione del passato, Steve Prefontaine: qualcuno potrà battermi, ma per farlo dovrà sanguinare. Con questo non voglio sembrare altezzoso e voglio restare umile, come chi mi conosce sa che sono, voglio solo dire che venderò cara la pelle per difendere il mio titolo italiano? Tu e Berni siete ancora molto giovani, ma siete ormai delle grandi realtà della corsa in montagna internazionale. Dopo Campodolcino e Kamink, anche la corsa in montagna è davvero diventato assoluto terreno di conquista africana? C’è ancora spazio per l’Italia e le altre scuole più tradizionali? Io credo di si, assolutamente! Certo, negli ultimi anni anche da noi l’Africa ha alzato la voce, ma questo non vuol dire che per noi italiani non ci sia più possibilità in futuro di batterli. Ricordo un Marco De Gasperi campione del mondo davanti agli eritrei in Svizzera nel 2007, o mio fratello a battagliare per il podio ai Mondiali di Campodolcino solamente l’anno scorso. E sono profondamente convinto che se si investirà su noi giovani e si opterà per percorsi più tecnici e più da corsa in montagna anche noi potremo continuare a dire la nostra e alzare la voce a livello internazionale. Lo spero davvero con tutto il cuore? Corsa in montagna, cross?Che altro ancora nel tuo destino sportivo? Io credo di avere ancora molto da scoprire, e spero anche da dare, nel mio fare atletica. Certo, la corsa in montagna e i cross sono la mia passione, ma è molto forte il desiderio per la prossima stagione di provare a ottenere un buon risultato su pista ? tipo un 10000 mt. sotto il muro dei 30 minuti – e su strada, come una buona mezza maratona. Non posso nascondervi, però, un mio sogno: quello di provare un giorno anche la regina delle discipline, la maratona? L’occhio del grande campione sul panorama giovanile del settore? Sul tema, dividerei l’analisi in due parti. E’ ottimo il mio giudizio sulle individualità: atleti come Xavier Chevrier, Riccardo Sterni, ma anche le nazionali juniores maschile, bronzo ai mondiali di Kamnik, quella juniores femminile, ottima agli europei in Bulgaria, e le buone squadre allievi di quest’anno, tutti assieme, penso che sapranno tenere alta la bandiera dell’Italia nei prossimi anni. Speriamo anche con i gemelli Dematteis a dar loro una mano. Più preoccupanti sono invece i numeri, molto ridotti nelle categorie juniores, soprattutto negli ultimi anni: un fatto che deve indurre l’intero settore a porsi delle domande ed attuare dei cambiamenti, anche importanti, se si vuole garantire un futuro alla nostra corsa in montagna. Cosa sogni, allora, per il futuro della specialità? Spero che anche per i giovani, e tra questi mi inserisco anche io, ci possa essere la possibilità di praticare questa disciplina da professionisti. Ovvero, che i corpi sportivi militari possano introdurre la corsa in montagna nel loro disegno sportivo, al pari di altri settori come il cross e la pista, permettendo agli atleti più meritevoli di entrare a farne parte. Anche nell’ottica di un progetto che guardi al futuro della corsa in montagna italiana, il tutto magari gestito dalla Fidal, in collaborazione con gli stessi corpi militari. Forse sto fantasticando, ma questo è un passo secondo me decisivo, anche per continuare a tenere in vita il sogno, che in tanti nutriamo, di vedere un giorno la corsa in montagna alle Olimpiadi. E cosa sogna, invece, Martin Dematteis per se stesso, non solo nell’ambito sportivo? Sportivamente, forse, l’ho appena detto, e poi non tutti i sogni vanno svelati, altrimenti non si avverano? Al di fuori di quello, Martin sogna di avere una famiglia, con tanti figli e una moglie stupenda, con la quale crescerli e dar loro il nostro amore. Perché, alla fine, tutto parte e arriva da quello, dall’amore: l’amore per una ragazza speciale come lo è la mia Leti, l’amore per cui lotti, l’amore per le persone a cui vuoi bene, l’amore per la nostra corsa in montagna, per l’atletica, l’amore per lo sport, l’amore per la VITA!!!