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Storie mondiali: Kamnik 2010, la prima grande onda nera

04/09/14

4 settembre 2014 – 10 al Mondiale. Riletti dopo tempo, pezzi che furono cronaca assumono forse sapore diverso. Riproporli a freddo e con maggiore distacco, significa forse anche andare incontro alla storia senza pretattiche e finzioni, specie se i presupposti del Mondiale che a Casette verrà non sono troppo diversi da quelli che anticiparono la rassegna iridata di Kamnik 2010. Là dove l’Africa al maschile la fece da padrone, dominando con Eritrea ed Uganda la prova seniores e lanciando tra gli juniores tipetto con i baffi che poi si scoprì che  non troppo junior all’epoca forse fosse…

Chiavi di lettura che la cronaca non può cogliere, altrimenti con forza si sarebbe magari soffermata sul quinto posto dell’ugandese Stephen Kiprotich, che da li avrebbe cominciato rincorsa all’oro olimpico e mondiale della maratona. E tra dieci giorni, in Toscana, oltre al giallo ugandese e al verde eritreo, gli azzurri ritroveranno sulla loro strada anche il rosso del Kenya, mentre l’Africa per la prima volta schiererà pedine in tutte e quattro le categorie, juniores femminili comprese.

Era il 5 settembre, quattro anni fa sarebbe stata vigilia iridata. Storia mondiale numero due: tra alti e bassi della storia, con Giovanni Viel, di nuovo, buona lettura!

26. MONDIALE DI CORSA IN MONTAGNA

Kamnik (Slo), 5 settembre 2010

UN MONDIALE TANTO “NERO” E POCO “AZZURRO”

Diciamolo subito: mai così male è andata per l’Italia nella corsa in montagna mondiale che, dalla nebbia dei monti sloveni di Kamnik, è tornata a casa con una sola medaglia individuale – un altro, splendido argento per Valentina Belotti – un successo a squadre (quello delle donne) ed i due bronzi degli juniores e, quell’altro, tiratissimo all’ultimo punto, dei seniores. Altri piazzamenti degni di nota: quelli tra le migliori dieci di Antonella Confortola e Mariagrazia Roberti. Davvero troppo poco per coloro che, in un quarto di secolo, hanno dominato lo scenario internazionale. Segno dei tempi che cambiano, ma l’Africa continua a consolidare la propria egemonia al maschile, sia che i percorsi siano di sola “salita” (come a Kamnik) che “misto” (salita e discesa); la Turchia si conferma realtà solida e strutturata, così come gli Stati Uniti dimostrano di essersi consolidati nell’eccellenza. E a livello giovanile la Romania, dopo gli Europei, si conferma la lieta sorpresa internazionale del 2010, così come la Germania mantiene quelle posizioni di vertice da tempo acquisite.

Un percorso strano, tecnicamente non facile da interpretare, con una prima parte molto veloce e senza particolari pendenze. Il finale è caratterizzato da una salita durissima di circa 1.500 metri, poi discese e falsi piani in successione prima dell’asperità conclusiva. A parte le pendenze, non ci sono particolarità oggettive da superare; così, chi sa far girare velocemente le gambe, può candidarsi ad un Mondiale da protagonista.

Samson Gazhazghi, iridato 2010

Samson Gazhazghi, iridato 2010

Juniores donne - L’Italia, sommessamente, ci sperava abbastanza in questa gara, una categoria che è l’unica, finora, rimasta piuttosto avara di soddisfazioni per la nostra corsa in montagna; infatti l’unica medaglia conquistata in questa rassegna rimane quella d’oro di Rosita Rota Gelpi che si perde nella… notte dei tempi: il 1992 a Susa. Da allora più nessun’altra azzurra è stata capace di salire almeno un gradino del podio iridato, ai cui piedi si sono arrese, di volta in volta: Valentina Belotti, Adele Montonati ed Elisa Desco, dal 1999 al 2001, ed Alice Gaggi cinque anni fa.

Letizia Titon poteva essere una carta importante da giocare in Slovenia e, più di uno, sperava nell’impresa della brava trevigiana, soprattutto dopo il quinto posto colto nella gara continentale di Sapareva Banya, con Cristina Mondino e Silvia Zubani pronte a stupire. Invece la solita Turchia che domina con Yasemine Can e Burcu Dag che, dopo il quarto posto degli Europei, si è presa così una bellissima rivincita. Medaglia di bronzo per la francese Adelaide Pantheon, quindi la norvegese Heidi Weng e la rumena Cristina Negru. La campionessa europea Denisa Dragomir paga lo sforzo e chiude solo ottava. Per le nostre ragazze è notte fonda: 15. Letizia Titon, dieci posizioni dopo Cristina Mondino e 27. Silvia Zubani.

Nella classifica per Nazioni la Turchia alza la Coppa del Mondo, ma trovano motivo di festeggiare sia la Romania (seconda) che la Gran Bretagna (terza). Lacrime azzurre per un ottavo posto finale che è davvero deludente, soprattutto se valutato in prospettiva.

Juniores uomini – E meno male che l’Eritrea si è… dimenticata a casa il resto della squadra! Yossief Andemichael trionfa, anzi, maramaldeggia sugli avversari! Era l’unico eritreo in gara ma ha corso anche per… quelli che sono rimasti ad Asmara. Gara senza storia, quella degli juniores, con Andemichael che vince il titolo (il terzo per l’Eritrea in questa gara) con oltre 3 minuti rifilati al turco Ridvan Bozkurt, medaglia d’argento: quando è arrivato al traguardo, l’eritreo si era già dimenticato di aver corso! Ancora un bronzo, dopo quello di luglio agli Europei, per il belga Jente Joly, comunque bravo a tenere a distanza un altro turco, Ergin Ulas ed il francese Michael Gras.

E l’Italia? Schierava un quartetto affidabile, espressione di cosa la stagione ha saputo esprimere ed offrire: tre trentini ed un valdostano. Ma, al tirar delle somme, sono finiti tutti oltre la decima posizione: 11° Paolo Ruatti, subito dopo Massimo Farcoz, poi 18° Andrea De Biasi e, lontano, Alex Cavallar in giornata negativa. Con questi risultati il bronzo a squadre conquistato è, comunque, un risultato da apprezzare e da valutare positivamente, anche perché è da tempo che la Turchia dimostra, nei fatti, il grande lavoro impostato e svolto a livello giovanile, così come la Germania che, da almeno cinque anni, si sta impegnando a fondo per ricostruire una realtà di vertice assoluta.

Seniores donne – Andrea Mayr non è certamente l’esempio massimo di estetica di corsa, ma l’austriaca quando vede i percorsi inerpicarsi e puntare al cielo, si esalta. Nel 2004 a Sauze d’Oulx trovò sulla sua strada Rosita Rota Gelpi ed Anna Pichrtova che le sbarrarono la via del trionfo che, a lungo, cullò. Ma già due anni dopo, a Bursa e due anni fa a Crans Montana, l’austriaca dimostrò al mondo la sua classe e la sua invincibilità su percorsi estremi. Sulle salite attacca le ruote motrici ed ha aderenza sul ripido come uno stambecco. Andrea Mayr con questo terzo successo mondiale di Kamnik, entra di diritto nella storia della corsa in montagna mondiale, assieme ai grandi di sempre della specialità: al femminile, meglio di lei, con quattro allori mondiali, hanno fatto solo la connazionale Gudrun Pflueger e la francese Isabelle Guillot.

L’Italia schierava una squadra ambiziosa e, tale, si è dimostrata in una gara non facile, di livello tecnico elevato e con atlete in grado di essere costantemente nelle condizioni di colpire. Se, poi, ci si mette anche la jella, allora diventa difficile far quadrare i conti. La Mayr è sempre stata nelle condizioni di controllare la corsa, dove le migliori si portano subito davanti. In questo contesto la fortuna è amica proprio dell’austriaca perché, nelle fasi concitate della partenza, ruzzola a terra la nostra Antonella Confortola: niente di grave, ma ciò le spezza il ritmo di corsa e l’ansia di rimonta sarà pagata a caro prezzo dalla trentina nel finale.

podio f kamnik

In questa gara intelligente l’approccio di Valentina Belotti. La campionessa italiana controlla con astuzia e calma le avversarie che, invece, si marcano strette e continuano a dialogare con continue punture di spillo reciproche che, di certo, bene non fanno nell’economia generale della gara. La Belotti, invece, ha la capacità di capire che, su quel tracciato, per fermare la Mayr serviva almeno un plotone di… kaiserjäger e l’ha lasciata andare al suo destino d’oro. Inizia, quindi, un lungo tira e molla con la svizzera Martina Strähl, colei che nel 2009 vinse il titolo europeo (salita) battendo proprio l’atleta camuna che, così, diede inizio alla sua lunga e nobile collezione di medaglie d’argento. Sui percorsi di casa la slovena Matejia Kosovelj si esalta, così come l’esperta russa Svetlana Semova Demidenko sente profumo di… arrosto, che al traguardo si tramuterà, invece, solo in un filone di… fumo.

Antonella Confortola resta attaccata al treno di testa ma l’energie consumate per rientrare dopo la caduta iniziale non permettono al suo motore di essere così brillante. Però tiene la posizione. Più lontana naviga Mariagrazia Roberti e, più in là ancora, l’esordiente Alice Gaggi. Il finale di gara è dolce per la Mayr che così si cinge per la terza volta con l’iride. Un bel trionfo, il suo, davanti a Valentina Belotti che conquista il quarto argento nel giro di 14 mesi: due continentali (Telfes e Sapareva Banya) e altrettanti mondiali (Campodolcino e, appunto, Kamnik). La nostra “silver woman” è, oggi, sempre più legittimata a recitare il ruolo di leader del movimento femminile che, tra pochissimo, dovrà avere il coraggio di saper voltar pagina e ricostruire partendo dalle giovani. Che ci sono?

Tornando alla gara, l’ultimo posto sul podio è dell’elvetica Martina Strähl. Poi la russa Semola Demidenko e la Kosovelj appena prima di Antonella Confortola. Dopo il bronzo miracoloso dello scorso anno, Marigrazia Roberti chiude questo Mondiale con un onorevole nono posto mentre trentesima è Alice Gaggi, una delle nostre speranze future. E proprio queste ragazze ci regalano l’unico vero sorriso di questo Mondiale: il titolo a squadre, davanti a Svizzera e Russia. Un tempo l’Inno di Mameli era la colonna sonora di ogni Mondiale, da qualche anno sta diventando una melodia ricercata…

Seniores uomini - Questa gara è stata una sommatoria di emozioni, di errori, di crolli e supremazie. Partendo dal fondo, l’Eritrea in montagna sta consolidando quel primato che gli azzurri, per ben ventitre anni, hanno ribadito; l’Italia mai era scesa sul gradino più basso del podio e mai aveva piazzato il primo atleta fuori dai migliori dieci classificati e la stessa “Sua maestà” Jonathan Wyatt, in salita, mai era arrivato… ottavo; l’Uganda è stata “tradita” da due fuoriclasse, saltati per aria nel finale, compromettendo così il podio.

Riordiniamo il tutto. L’Italia si è presentata a Kamnik a pezzi, senza punte particolari e specialisti puri della salita. Il tecnico azzurro, Raimondo Balicco, ha dovuto prima cercare di convincere Marco De Gasperi a partire per il Mondiale, dopo le manifeste intenzioni di non volersi presentare al via per una serie di problemi che gli hanno condizionato la stagione; poi, in piena vigilia, la forzata rinuncia del campione italiano, Martin Dematteis. Se ci sommiamo anche le precarie condizioni di forma, pienamente appalesate nell’ultima prova tricolore di Susa, di Bernard Dematteis e l’anno “forzatamente” sabbatico che si è dato un suo “fedelissimo” (e su questi percorsi sempre con i migliori) come Marco Gaiardo (tornerà?), bene possiamo comprendere come il terzo posto finale portato a casa sia da leggere positivamente. Invece, ci permettiamo di non considerarlo tale. In queste condizioni, l’unico atleta in grado di puntare ad un buon piazzamento era il solo Gabriele Abate, ragazzo tosto, affidabile, eccellente ma molto più a suo agio sui percorsi “misti”. Ed il piemontese si è così trovato a doversi caricare sulle spalle l’intera responsabilità di cercare un risultato positivo. È stato bravo, come sempre, nell’impegno, ma la classifica non lo ha premiato.

kamnik-abate

E gli africani di Eritrea danzano e fanno festa un’altra volta con la coppia Samson Gashazghi e Azera Weldemariam, finiti in fila sotto lo striscione d’arrivo, dopo una gara tutta di testa ed all’attacco, ben spalleggiati dal talento ugandese, l’ex iridato juniores Geoffry Kosuro. Festival africano che continua con un altro eritreo, Petro Mamo ed un altro ugandese, Stephan Kiprotich e poi ancora Abraham Habtom che consegna all’Eritrea i punti ultimi per portare a casa la vittoria finale come nazione.

La corsa in montagna europea esce bastonata dal confronto mondiale e sintomatico è il fatto che a salvare l’onore del “vecchio” continente sia il quattro volte campione europeo, il turco Ahmet Arslan, finito settimo. Per lui la soddisfazione di lasciarsi alle spalle il mito di Jonathan Wyatt. Con il suo 11. posto, Gabriele Abate è, non solo il secondo europeo, ma il migliore degli italiani. Come detto, l’atleta torinese merita un forte applauso per quello che ha fatto ma, nella storia del Mondiale, mai la classifica vedeva gli azzurri fuori dai migliori dieci.

E senza cercare scuse per addolcire la pillola, questo è un dato che deve fare riflettere e ragionare con tanta serenità e, comunque, determinazione. Ok, Marco De Gasperi è andato controvoglia in Slovenia, ma un sedicesimo posto non gli fa onore, lui che in carriera, sul podio, si è fatto suonare ben sei volte… l’Inno. Fuori dai primi venti sia Bernard Dematteis (quest’anno, in montagna, è stata una stagione difficile) che Antonio Toninelli, un giovane su cui lavorare; dopo i trenta l’esperto Gerd Frick, chiamato a sostituire Martin Dematteis, e Tommaso Vaccina. Gli atleti meritano rispetto e stima, perché hanno dato il massimo. È però opportuno prendere atto che oggi la specialità sta offrendo questo. Punto. Ci sarà pure un perché!

L’Eritrea festeggia anche il Mondiale a squadre sugli Stati Uniti che ci battono di sei punti: mai successo prima! E l’Italia deve “ringraziare”, come detto, che due fuoriclasse come James Kibet e, soprattutto, Martin Toroitich hanno percorso un autentico “calvario” finale, che li ha classificati lontanissimi, costando all’Uganda il terzo posto.

Conclusioni finali – È stato un Mondiale che ha registrato la presenza di ben 42 Nazioni (e quindi la concorrenza cresce!) tra le quali, per la prima volta, anche Grecia, Albania, Ungheria, Giappone, Mongolia, Nigeria e Svezia (alcune come “osservatori”), ma un po’ lontano dai livelli organizzativi che, anche in altre discipline sportive, la Slovenia ha dimostrato di disporre. Comunque, è il movimento intero che si deve dare un’accelerata e riorganizzazione fortissime, riconsiderando alcuni aspetti fondamentali a partire dallo stesso format del Mondiale (ormai anacronistico) e dalla gestione della promozione e dell’immagine dell’evento dove, si è confermato anche questa volta, di essere lontani dagli standard necessari. Poi ci sono i nodi che stanno venendo, inesorabili, al pettine italiano. L’emergenza è piena: nasconderla sarebbe inutile e dannoso per la nostra corsa in montagna. È vero, ogni otre dà il vino che contiene; ma sta al vignaiolo riempirla di nettare, sapendo coltivare la vite e non sperare solo che questa germogli e faccia frutti sempre e comunque. Bisogna essere onesti e riconoscere che stiamo arrivando a “raschiare il barile”: lo dimostra anche l’età media delle squadre maggiori schierate a Kamnik, pur con tutte le attenuanti, e la difficoltà nell’attuare il ricambio generazionale. Poi c’è un evidente calo di partecipazione all’attività nazionale – che poi è quella che alimenta il vertice – fortemente preoccupante.

Kamnik è stato il punto più basso in 26 anni. Ora serve risalire e per farlo si deve ripartire aprendosi al confronto, all’innovazione e rimettendo tutto in gioco. Con serenità. La riscossa già al Mondiale in Albania nel 2011?

Classifiche

Juniores donne (4,5 km): 1. Yasemin Can (Tur), 24.04; 2. Burcu Dag (Tur), 24.42; 3.Adelaide Pantheon (Fra), 24:48; 4. Heidi Weng (Nor), 25.25; 5. Cristina Negru (Rom) 26.01; 6. Lea Einfalt (Slo), 26.15; 7. Catriona Buchanan (Gbr), 26.26; 8. Denisa Dragomir (Rum), 26.30; Yagmur Tarhan (Tur), 26.34; 10. Kamila Paluch (Pol), 26.39; 15. Letizia Titon, 27.18; 25. Cristina Mondino, 28.02; 28. Silvia Zubani, 28.19.

Nazioni: 1. Turchia, 3 punti; 2. Romania, 13; 3. Gran Bretagna, 19; 4. Francia, 24; 5. Polonia, 24; 8. Italia, 40.

Juniores uomini (8,5 km): 1. Yossief Andemichael (Eri), 42.30; 2. Ridavn Bozkurt (Tur), 46.00; 3. Jente Joly (Bel), 46.29; 4. Ergin Ulas (Tur), 46.59; 5. Michael Gras (Fra), 47.14; 6. Dewi Griffiths (Gbr), 47.36; 7. Maciej Bierczak (Pol), 48.15; 8. Toni Palzer (Ger), 48.44; 9. Fabian Alruan (Ger), 49.03; 10. Martin Mattle (Aut), 49.07; 11. Paolo Ruatti, 49.22; 12. Massimo Farcoz, 49.26; 18. Andrea De Biasi, 50.12; 48. Alex Cavallar, 53.14.

Nazioni: 1. Turchia, 20 punti; 2. Germania, 33; 3. Italia, 41; 4. Polonia, 48; 5. Francia, 51.

Seniores donne (8,5 km): 1. Andrea Mayr (Aut), 49.30; 2. Valentina Belotti, 50.08; 3.Martina Sträehl (Sui), 50.42; 4. Svetlana Semova Demidenko (Rus), 51.02; 5. Mateja Kosovelj (Slo), 51.24; 6. Antonella Confortola, 52.19; 7. Elena Rukhlyada (Rus), 52.30; 8. Claudia Helfenberger (Sui), 52.35; 9. Mariagrazia Roberti, 52.42; 10. Bernadette Meier-B. (Sui), 52.57; 30. Alice Gaggi, 56.25.

Nazioni: 1. Italia, 17 punti; 2. Svizzera, 21; 3. Russia, 36; 4. Stati Uniti, 44; 5. Repubblica Ceca

Seniores uomini (12,0 km): 1. Samson K. Gashazghi (Eri), 56.25; 2. A. Teklay Weldemariam (Eri), 56.28; 3. Geoffrey Kusuro (Uga), 56.57; 4. Petro Mamo Shaku (Eri), 57.00; 5. Stephan Kiprotich (Uga), 57:16; 6. Abraham K. Habtom (Eri), 57.55; 7. Ahmet Arslan (Tur), 58.14; 8. Jonathan Wyatt (Nzl), 58.23; 9. Haben Mohamed (Eri), 58.59; 10. Joe Gray (Usa), 59.27; 11. Gabriele Abate, 59.41; 17. Marco De Gasperi, 1:00.54; 24. Bernard Dematteis, 1:01.51; 25. Antonio Toninelli, 1:02.00; 35. Gerd Frick, 1:02.35; 37. Tommaso Vaccina, 1:02.47.

Nazioni: 1. Eritrea, 13 punti; 2. Stati Uniti, 71; 3. Italia, 77; 4. Uganda, 79; 5. Turchia, 85.

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