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Staffette tricolori: a Leffe sulle pieghe della storia…

20/05/14

20 maggio 2014 – Conto alla rovescia per le staffette tricolori. La prima volta con titoli italiani in palio per Leffe e per l’Atletica Valli Bergamasche, da quando lassù in Val Seriana, un paio di lustri fa, è ricominciata anche l’avventura organizzativa. Avvicinamento che parte attraversando le pieghe della storia, perché se c’è rassegna della corsa in montagna che alla storia e alla tradizione strizza l’occhio e guarda sincera, quella è proprio la staffetta. Per farlo, spazio allora a storiografo d’eccellenza, spazio allora a Giovanni Viel… 

La gara di staffetta è quella che più di ogni altra formula di competizione incarna la tradizione più radicata e l’anima vera della corsa in montagna, divenuta la naturale evoluzione, agonistica e pure culturale, dello spirito e dei valori fondanti la specialità. Sì, perché sia per le Valli alpine che per quelle appenniniche, questo sport è, soprattutto, forte legame ad una tradizione nobile di gente semplice, che deve saper quotidianamente coniugare la capacità di resistere e di poter disegnare il proprio futuro con dignità. Ed è anche per questo che – culturalmente – la corsa in montagna nasce e si sviluppa sulla traccia netta e inviolabile del solco tracciato dalla tradizione alpina e degli alpini. Ed il ripercorrere quei sentieri che, nelle due Guerre, videro proprio gli alpini protagonisti di epiche imprese, fu lo stimolo perché le organizzazioni sportive del tempo dedicassero attenzione all’allora marcia in montagna: sentieri e mulattiere, anche utilizzati per andare a coltivare boschi e prati lontani, magari oggi divenuti inaccessibili. E, quindi, le gare “a terne”, oggi pressoché sparite, erano quelle che più si avvicinavano al modello di marcia dei plotoni alpini, lungo i sentieri ed i percorsi battuti dagli alpini nei loro itinerari, tanto in guerra come in addestramento.

Per parlare delle prime gare di staffetta dobbiamo tornare nell’immediato Dopoguerra ed inserire la corsa in montagna in quel contesto sociale, economico e sportivo, in particolare quello delle Valli alpine. È sicuramente grazie a realtà come l’ENAL se la disciplina ha avuto un’organizzazione ed un futuro proprio. L’Ente Nazionale Assistenza Lavoratori, voluto nel 1945 per organizzare varie attività di aggregazione nel dopolavoro in sostituzione dell’“Opera Nazionale Dopolavoro” (creata dal regime fascista), assegnò nel 1949 il primo titolo nazionale della storia. A Fraine di Pisogne, in Val Camonica, sul Lago d’Iseo, l’Enal radunò i Cral aziendali italiani che si contesero proprio quello di staffetta ed a vincere furono i padroni di casa del Monte Maddalena.

Una scelta che, poi, la storia dirà non fosse casuale, perché lungo l’Oglio la corsa in montagna è molto legata al territorio e prova ne è che un Comune, quello di Malonno, ha inserito nel proprio Statuto la dicitura “Paese della corsa in montagna”.

Nei primi trent’anni, la tradizione e la cultura degli alpini erano, quindi, il dogma da seguire, perché anche la condizione tecnica faceva riferimento a quell’ambito: per gareggiare si dovevano calzare i cosidetti“scarponcelli” e, nelle gare di “staffetta” il testimone da passarsi tra un frazionista e l’altro era uno zainetto, contenente sabbia, una zavorra il cui peso veniva validato dalla giuria prima della partenza e certificato da un “piombino”, come quello che serviva per marchiare e sigillare i salami o i pacchi postali; zainetto che doveva essere portato integro all’arrivo dall’ultimo atleta, pena la squalifica.

L’evoluzione della specialità, negli anni, fu anche tecnica con le grandi metamorfosi legate, per esempio, all’abbigliamento ed alle calzature da gara, senza contare le metodologie di allenamento.

Ipdermobili Casazza vince il Vanoni nel 1979 (foto admponte.it)

L’Us Intermobili Casazza vince il Vanoni nel 1979 (foto admponte.it)

Abbinata ai Campionati nazionali, che vedevano l’assegnazione del prestigioso trofeo “Tommaso Monti”, c’era la rassegna nazionale dei militari che concorrevano alla targa “Ministro della Difesa”, dove tutti i Corpi partecipavano inviando molti campioni di altre discipline: degli sport invernali come della maratona.

Ecco le Fiamme Oro di Angelo Genuin e Franco Manfroi, ma anche di Luigi Weiss e Bruno Bonaldi che inaugurarono, nel 1965, l’Albo d’oro; le Fiamme Gialle schieravano campioni come Franco Nones e Willy Bertin; il Corpo Forestale: Mario Varesco e Lino Jordan, prima ancora degli specialisti Giovanni Mostacchetti e Raimondo Balicco; i Carabinieri, Luigi Ponza, Ulrico Kostner e Giulio Capitanio ma anche qualche specialista della strada o del cross come Claudio Solone, Luigi Lauro e Italo Tentorini. E poi le truppe alpine, con le squadre ufficiali delle Brigate, delle Compagnie, dei Battaglioni.

Tra i grandi Club civili certamente gli squadroni bergamaschi de La Recastello di Gazzaniga e dell’Us San Pellegrino, sempre con Domenico Salvi ed Armando Sonzogni trascinatori, prima dell’avvento di leggendarie formazioni quali quelle dell’Us Intermobili di Casazza di Imerio Patelli e dello Sporting Club Bar Emma di Andrea Giupponi.

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Anni in cui, sia tra i civili che tra i militari, non aveva rivali il “trio meraviglia” della Forestale: Balicco, Varesco, Mostacchetti. Nel 1972 a Morbegno, gli “stradaioli” della Pro Patria San Pellegrino di Milano – Conti, Barattoni e Segrada – dominarono, un po’ a sorpresa, il primo Campionato italiano indetto dalla Fidal, proprio sulla Forestale, che si rifarà l’anno dopo a Sesto Fiorentino.

 L’evoluzione organizzativa della disciplina registra, nel 1974, sempre grazie all’Enal, la nascita dell’“Unione Nazionale Amatori della Montagna” che ebbe il merito di recepire le basi tecniche e regolamentari della nuova frontiera, varate il 9 gennaio 1972 a Verona. E così, nel 1978, a Saint Vincent “moriva” la marcia in montagna con l’organizzazione dell’ultimo Campionato nazionale e poco più di un mese dopo – il 4 novembre – a Novara, “nasceva” la corsa in montagna con un suo Comitato nazionale, alla cui nascita lavorarono molti protagonisti importanti di quel periodo, tra i quali il bergamasco Angelo De Biasi, dirigente che bisogna ricordare come il più propositivo anche in ambito internazionale.

Nel 1979 la “nuova” corsa in montagna entra così definitivamente in seno alla Federazione Italiana di Atletica Leggera ed il Campionato italiano di staffetta, per la prima volta, venne organizzato su tre prove con il successo dei toscani dell’Orecchiella Garfagnana.

Il primo Campionato italiano femminile si disputò nel 1990 a Quantin, nel bellunese, con il successo dell’Atletica Feralpi di Lonato, con Grazia Mangili e Maria Grazia Roberti.

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 Poi la storia di questo Campionato continuò a scrivere capitoli esaltanti con le sfide straordinarie tra i veronesi del Gaac Paf Alitrans di Alfonso Vallicella e pure di Gelindo Bordin, l’Atletica Valli Bergamasche di Fausto Bonzi e Privato Pezzoli, il Cs Forestale di Maurizio Simonetti, Claudio Galeazzi, Luigino Bortoluzzi e Lucio Fregona ed ancora i toscani del Gs Orecchiella del grande Claudio Simi.

 E poi la storia più recente che ci riporta sui percorsi bergamaschi di Leffe, una delle culle più nobili della tradizione della corsa in montagna italiana.

Giovanni Viel

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