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Infamia ad orologeria

06/12/12

6 dicembre 2012 – Le righe che seguono non avremmo mai voluto né dovuto scriverle. Perché pur potendolo fare, mai abbiamo utilizzato questo sito per scopi o comunicazioni personali. Ma c’è un limite a tutto, perché sulle lettere anonime in questi anni ricevute (sei, sette, e chi se ne ricorda il numero…) abbiamo talvolta anche ironizzato, dando loro il peso che meritavano parole farneticanti senza una firma in coda. Che il loro unico scopo fosse cercare di creare qualche problema a chi diceva la propria idea è sin troppo semplice da capire. Perché infamia? Perché se indegno è chi accusa senza firmarsi, infame è chi supera i limiti di ogni decenza. Perché ad orologeria? Perché l’ultima di queste lettere così poco simpatiche arriva esattamente all’indomani di elezioni federali che qualche cambiamento potrebbero portare anche nella corsa in montagna. 

Ci sono ambiti rivestiti di sacro, ci sono contesti che nemmeno i più ignoranti e i delinquenti osano sfiorare. E’ una sorta di legge naturale, qualcosa di non scritto, ma che dovrebbe essere patrimonio di tutti e di ciascuno. Ecco perché l’andare oltre prima lascia senza parole, poi indigna. Ecco perché – una volta, poi non più – il racconto si fa più personale e porta con sé qualche ulteriore riflessione, che esula decisamente dal contesto proprio di questo portale. E che si ferma su temi più alti, sul valore del proprio stare al mondo, sulla dignità con cui ciascuno percorra il tratto di strada che ha avuto in sorte dal destino. Fideistici o meno ne siano i risvolti.

In coda a queste righe, come sempre, troverete una firma. Così come un volto scoperto – bello, brutto, simpatico, antipatico –  avete sempre avuto di fronte nel momento in cui c’era da esprimere un’opinione. Un volto, una firma, cui riservare approvazione, indifferenza o disapprovazione, applausi o fischi – persino disgusto se proprio si vuole…-, come è nella logica delle cose. Anche perché, contrariamente ad altri bontà loro baciati dal dono dell’infallibilità, noi di errori ne facciamo eccome e, statene certi, altri ancora ne faremo. Ma siamo penne libere, non al servizio di nessuno, se non della nostra coscienza: lo siamo e lo saremo anche a fronte di queste bassezze. 

Ho sempre pensato che esista differenza abissale tra il prendere sul serio le cose che si fanno e prendere invece sul serio se stessi. Così come – purtroppo, forse… – ho fatto mio sino in fondo uno degli insegnamenti datomi da don Giampiero Piardi, maestro di vita oltre che amico, che con la sua “Stellina” ha per oltre vent’anni abbracciato anche il mondo della corsa in montagna: se ci credi, non delegare mai ad altri le tue battaglie, piccole o grandi esse siano. Spirito resistente, in nome di una passione che ciascuno riversa nell’ambito che gli è proprio, ma che, se forte e pura, in fondo si respira…

Al di là di ogni delazione, al di là del sommarsi di lettere anonime intrise di astio e di rabbia e di cui, con il tempo, finisci anche di perdere il conto. Al di là di accuse farneticanti e a tratti quasi patetiche, figlie di un orizzonte culturale provinciale, costruito attorno a se stessi e al piccolo giochino che si governa. Al di là del perverso e patologico gioco di capovolgere ad arte la realtà delle cose, al di là persino dell’attribuire a chi le subisce la capacità di emulare le proprie subdole azioni, in nome forse della convinzione che a forza di confondere le idee e di gettare fango qualcosa alla fine resta…

Qualcosa alla fine resterà, ne sono certo: dispiace, ma lo metto in conto. A restare, è anche però la scelta individuale di abbinare una firma e un volto alle proprie parole. A restare, spero anche, è la dignità con cui si decide di percorrere quel tratto di strada, ci si trovi all’inizio o alla fine di un percorso. La dignità la si riceve in dono, poi la si coltiva giorno per giorno, non la si decanta soltanto a parole. Perché in tal caso la si può magari declinare ad altri scopi e poi persino perdere per strada…

Qual è la posta in palio? La poesia di una salita, di un sentiero, di un respiro, di un incedere più veloce a fronte di un altro più lento. Una poesia da recitare correndo, allenando, scrivendo: aiuta forse ricordarlo. Di cosa stiamo parlando? Di impegno, di ruoli, ma ancor più dell’incontro tra donne e uomini attraversati dalla stessa passione, in nome della quale è pure contemplato il confronto acceso e il parto di idee e proposte differenti. Tutte, piaccia o meno, ugualmente presentabili, tanto più se partorite alla luce del sole. Più splendente sarà il sole dell’avvenire? Probabilmente no, anzi andrà peggio…La montagna non sarà più tale, le discese si tramuteranno in salite. Alba e tramonto, di certo, tra loro saranno più vicini e questo a prescindere sarà un bene.

“Tuo fratello Marco si sta vergognando di aver avuto un fratello come te”, così scrive stavolta il non ancora stanco anonimo fintamente sgrammaticato, ma dal lessico e dalle espressioni talmente identificabili – con i congiuntivi stavolta siamo andati meglio… – da risultare quasi patetico. Se solo non fosse andato oltre, se solo non avesse varcato un limite che non doveva neppure essere sfiorato. E’ per questo che nascono righe che altrimenti mai avrei scritto, è per questo, soltanto per questo, che incrociandoti sulla mia strada, porta pazienza, ma rinuncerò ad una regola di buona educazione. Non ti stringerò la mano, ma ti guarderò negli occhi. E ti chiederò, con la cortesia che mi è propria, di ripetermi a voce quella frase.

Non cerco, né voglio solidarietà, ma…punto e a capo. E che, non migliore, ma di certo più lieve sia il futuro della corsa in montagna.

Paolo Germanetto

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