Il capitolo finale, “the final chapter”, l’epilogo del nostro piccolo diario di viaggio che attraverso la voce e gli scritti dei nostri 3 protagonisti ha portato un pò di Italian #MOUNTAINRUNNING nella grande avventura della maratona più iconica del mondo.
E’ il tempo dei ricordi, di rivivere con loro aneddoti e spaccati di emozione pura della loro NYCMARATHON, nella semplicità che sempre contraddistingue i nostri 3 inviati molto speciali.

Final Act: un PB, un esordio ed un metatarso criccato da leggenda – di Gloria, Francy e Tito

Francesco e Gloria
La nostra maratona è iniziata alle 5.40 del mattino: dopo aver atteso fin troppo a lungo una metropolitana mai arrivata abbiamo corso il paio di miglia che separano Lexington Avenue dall’Hilton Hotel di Midtown Manhattan. Da qui i pullman riservati ci hanno portati alla zona di partenza con gli altri atleti del gruppo elite. Fortunatamente con un piccolo pre-riscaldamento non previsto siamo arrivati in tempo. Quando mai le cose vanno come programmate? Pillole di #tcsnycmarathon 2017.
Qui a New York funziona tutto talmente bene che se hai bisogno di qualcosa, c’è sicuramente qualcuno che ci ha già pensato o provveduto. Nel viavai di gente nella hall dell’Hilton, personaggi come Eliud Kipchoge e Paula Radcliffe (con i tacchi) posano con il mitico race director Peter Ciaccia e gli appassionati.

con la mitica Paula

All’Ocean Breeze Athletic Center di Staten Island, gruppi di atleti fanno riscaldamento nel bellissimo impianto indoor costruito sui resti dell’uragano Katrina. Gli etiopi con gli eritrei, i keniani nel loro gruppo, gli americani con il cappello cucito addosso. Shalane Flanagan, concentrata, esegue esercizi di stretching dinamico al centro della pista. Kipsang parlotta con Kamworor. Forse già prima di partire, osservando bene, percepisci chi quel giorno ha qualcosa in più: il gesto creativo, la forza mentale che permette di risolvere la gara.
Francesco
Commento sulla gara di Rita:
Alla tua nona maratona, sei arrivata a correre in 2h47’30”. Dal 3h24′ di Reggio Emilia 2011 sono passati sei anni…e circa 37 minuti. In nove maratone hai abbattuto altrettanti primati personali. Hai sfidato il vento sul Verrazzano Narrows Bridge e i saliscendi della First Avenue, sospinta dalla folla mai numerosa come qui a New York. E’ stata una stagione difficile per varie ragioni la tua, ma questa maratona cercata e preparata insieme credo sia la conclusione migliore. A New York ci siamo sentiti atleti e cittadini del mondo e questa è una delle sensazioni più forti vissute.
Commento sulla mia gara:
Ho pensato al fatto che fosse l’ultima gara di un anno per certi versi pazzesco. Che probabilmente ero un po’ stanco ma avevo tanta voglia di essere lì. Mi piace convivere con la fatica, provare a addomesticarla, e pensare, durante la corsa, a qualcosa o qualcuno che mi faccia sentire più leggero di un niente. Magari poi proprio in quel momento uno ione di potassio riesce a far funzionare al meglio la pompa elettrochimica che determina l’accorciamento delle fibre muscolari della mia gamba che si estende. E produco una falcata, che ne so, da 3′ al km.
2h25’35” è un tempo insignificante a livello mondiale, ma è il mio tempo, e mi piace così. Non so perchè faccia così fatica a correre su certi ritmi, che tante volte mi sembrano facili, altre volte richiedono uno sforzo che non sempre riesco a sostenere. Ci penso spesso e poi lascio perdere. Ieri sono arrivato 19esimo alla maratona di New York, sul traguardo mi sono inginocchiato e sono rimasto un po’ lì a godermela.
Gloria
Mancano pochi minuti alla partenza. Intorno tanti militari, moltissime telecamere. Una tensione palpabile traspare dal volto di ognuna di noi, che dentro di sé ha obiettivi diversi, ugualmente alti e nobili. I primi chilometri sono già un regalo per me: quelle forti per davvero decidono di partire al mio ritmo piuttosto che al loro e per una manciata di minuti le guardo correre così vicino da sentirne i passi. Mi ricordo gente, urla, applausi che alleviano e accompagnano l’inevitabile fatica. Il crono sembra essere dalla mia parte, anche se i saliscendi (più sali che scendi!) mettono a dura prova la mia resistenza. In un attimo alzo lo sguardo e capisco di essere molto vicina al traguardo! Lo capisco anche dai muscoli doloranti e dai piedi che sembrano pesare un quintale. Taglio il traguardo, soddisfatta e leggera! ma la mia maratona non è ancora finita. I volontari, numerosi come non mai, premurosi e gentili da imbarazzarsi, mi permettono di aspettare Francesco. Faccio due conti e capisco che manca poco anche al suo di arrivo. Infatti eccolo lì. Lo capisco che è emozionato, stanco in volto come poche volte l’ho visto, ma felice di essere finalmente un maratoneta. Giovane, per ora. Ma entusiasta e coraggioso. E’ troppo severo con se stesso e so anche che il suo tempo non lo soddisfa appieno, ma da maratoneta capirà che esserlo significa anche saper gestire momenti non ottimali senza perdersi d’animo. Lui lo ha fatto e questo basta.
Tito – chiosa
Gioco con l’inglese, siamo in terra d’America. Per alcuni è semplicemente un day after, per altri un aftermath.
Per gli uni — preparati e capaci di offrire una bella performance — è “il giorno dopo”, con il risveglio in un giorno ancora affollato delle emozioni e dell’auto-realizzazione che solo una prova di endurance ammantata di storia olimpica può regalare.
Per gli altri — meno pronti o meno bravi a distribuire lo sforzo e a gestire tensioni — sono invece i postumi di una metaforica sbornia podistica.
Nella nostra storiella gli uni sono Gloria (ladies first) e Francesco. Gli altri sono io.
Gloria fa il primato personale (di nuovo!) con 2h47.30 e acchiappa un posto tra le top 30, ma soprattutto si immedesima nel metronomo e scandisce il passo dal primo all’ultimo metro con regolarità straordinaria, incurante dei saliscendi (pur in gara women only in cui si è trovata spesso inevitabilmente sola).
Francesco fa un debutto interessante e pesca una meritata 19^ piazza. Non mi sarei stupito se avesse corso più veloce, ma in tutta onestà penso che vada benissimo così. La maratona è per diversi aspetti imprevedibile: non si può calcolare tutto quello che accadrà, si può solo provare a gestire le difficoltà e arginarne le conseguenze negative. Puppinho in questo è stato abile, così come è stato bravo (lo sono stati entrambi!) a tenere a bada la “fisiologica” agitazione del ragazzo (o ragazza) che si trova — un po’ spaesato — sulla linea del via con gli dei di maratona.
Gli altri sono il coach Tito che non poteva non correre. Correre una maratona con sette allenamenti nelle gambe (e un po’ di bici nei mesi del recupero di un metatarso criccato) era una strada per l’impossibile. Ho sofferto fatica e dolore, ma ho saputo dire a me stesso che il cervello mi avrebbe portato più lontano di quanto non sapessero fare i muscoli. Ho detto a me stesso che le cose che si cominciano per una buona ragione vanno portate a termine per la stessa buona ragione. Da tecnico volevo vivere il percorso dei ragazzi sui loro passi: per conoscere il contesto in cui si erano mossi e leggere meglio la prestazione; in questa occasione per poter dire loro “bravi!” consapevole di tutto quello che avevano trovato sotto i piedi e davanti agli occhi. Da entusiasta agonista volevo attaccare quel pettorale e prendere quella medaglia, che è solo di partecipazione ma che in questo caso è una vera conquista nella sfida a me stesso. Da uomo, infine, avevo il preciso dovere di onorare l’impegno preso per una buona causa: “I Bambini di Ornella”, in cui alcuni nostri sponsor e donatori credono.
Tra la prospettiva del dolore fisico e quella della resa mentale preventiva (il rimpianto di non aver tentato), ho consapevolmente scelto la prima.
“We must all suffer from one of two pains: the pain of discipline or the pain of regret. The difference is discipline weighs ounces while regret weighs tons”. (— J. Rohn)

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